Amarcord

Sono spesso assalito dai ricordi. Forse perché mi rendo conto di quanto, trascorsa una certa quantità di vita, i ricordi comincino ad inspessirsi, comincino ad essere davvero passato. Un passato così diverso dal presente, contornato da altre abitudini, usanze, immagini, colori, suoni. Mi rendo conto, ora, di aver vissuto, magari di sfuggita, magari nelle loro ultime manifestazioni, aspetti del mondo che oggi non esistono davvero più. Spesso sono solo parole, che, a catena, si portano dietro tutto il resto.

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Maniscalco. Quando ero piccolo abitavo in uno dei primi condomini alti di Gorizia, sorto in quella che, negli strumenti urbanistici di allora, doveva essere la Zona direzionale. Il mio palazzo era appena stato costruito, nel 1965, quando i miei si trasferirono lì. Di fronte al nuovo edificio sopravvivevano alcuni capannoni ad un piano, capannoni artigianali. C’era un materassaio, un falegname, poco più in là un mulino (non a vento, siamo mica in Olanda). E un maniscalco. E come tutti i buoni maniscalchi che si rispettino, fuori dalla sua brava bottega di maniscalco, c’erano spesso “parcheggiati” i cavalli. Stavano vicini alle macchine, non numerose come adesso, ma pur sempre numerose, legati, suppongo, ma non ricordo dove. Mia madre aveva sempre paura a parcheggiarci vicino, non ho mai capito bene se per ragioni di propria incolumità o della macchina. Durò poco, comunque, chiuse subito dopo, presumo per assenza di domanda. Qualche anno dopo, al posto dei capannoni, sorse un nuovo condominio, alto come il nostro, che ci occluse la vista delle colline, là, in fondo.

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Giradischi. Ne avevamo uno, a casa, a valigetta, beige e blu, costruito in legno rivestito, credo tedesco, ma non ricordo la marca. Si apriva il coperchio, si posava il disco e si faceva andare il piatto tirando un po’ all’indietro il braccio (del giradischi, non il proprio). Ricordo che aveva due puntine, una per i 45 e 33 giri ed una per i 78 giri. Su quel giradischi ho ascoltato le Fiabe Sonore, i dischi con le filastrocche, l’ormai celebre Revolver dei Beatles, ma anche i dischi delle canzoni di protesta di quegli anni, o il Mistero Buffo di Dario Fo. Finii con lo smontarlo, alla fine, diventato più grande, una volta che comprammo il primo stereo. Per non rendere la storia così triste aggiungo che riutilizzai l’altoparlante del giradischi per rendere la radio che avevo nella mia stanza più simile ad un impianto moderno e amplificato (quando si è ragazzini, si fa quel che si può). Non ho mai avuto un mangiadischi. Mi sembrava una cosa poco seria, da ragazzine.

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Policar. Ovvero autopista elettrica. Come l’ho amata. Me la regalarono per un compleanno. Era contenuta in una grande scatola di polistirolo con un coperchio di cartone. Dentro c’erano tutti i pezzi della pista, da montare, di plastica nera, con le guide metalliche in cui correvano le macchinine, dei gancetti rossi da fissare lungo i bordi della pista e attraverso i quali fare passare delle strisce di plastica bianca, che fungevano da guardrail. Su alcuni di essi, forse, c’era anche lo spazio per fissarci delle bandierine. C’erano poi i sostegni per tenere su il ponte (la pista formava un otto allungato, con la curva parabolica) ed i sostegni per sostenere le curve, il ponte colorato da sistemare sulla linea di partenza, il trasformatore per alimentare la pista, le due manopole con i pulsanti per far correre le macchine e, finalmente, le macchinine. Ce n’erano due, una grigia e una bianca. La grigia correva di più, ma la bianca teneva meglio la strada. Ogni volta, sgombrato tutto il pavimento della stanza, si procedeva al montaggio. Pare facile. Tutto sistemato, tutto montato, tutto a posto. Ma in alcuni tratti della pista non arrivava corrente. Smonta, pulisci con l’alcol i contatti, rimonta, riprova. Andava per un po’. Poi era necessario pulire le spazzoline di rame sotto le macchine, ché non facevano contatto come si deve. Insomma, non si facevano le 24 ore di Les Mans, ci si stufava prima.

Andiamo avanti con i ricordi e le parole. Un po’ di giochi. Giochi che oggi non otterrebbero, mi sa, il certificato di qualità e di sicurezza e tutte quelle balle lì. Chissà, forse per quello sono spariti.pongo_brand.png

Pongo. Io ho consumato innumerevoli confezioni di pongo, durante la mia vita. Arrivavano intere, con tutte le barrette di colore diverso, ordinate. Via via che si usavano cominciavano ad impastarsi l’una con l’altra, fino ad assumere, con il tempo, la forma informe di una massa scura tra il verde ed il marrone, smentendo in modo evidente la teoria secondo cui la somma di tutti i colori sarebbe il bianco. A quel punto vi erano due possibilità: 1. continuare a comporre forme ed esseri cupi e monocromatici, o, 2. comprare un’altra confezione di pongo. In genere, anche se non subito, si optava la seconda strada. Scelta che, in breve tempo, andava ad incrementare ed ingrandire il volume di quella sorta di blob color del nulla, ormai inestricabilmente indomabile. Cercando bene credo che qualche oggetto di casa porti ancora qualche traccia gommosa ed indelebile del mio passaggio. Ma il pongo mi richiama alla mente un’altra interessante sostanza.

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Das. Il Das, per chi non lo sapesse, era una sorta di creta grigia, umida e malleabile, che, a contatto prolungato con l’aria, si solidificava, assumendo il carattere di una sorta di terracotta (sempre grigia, però). Veniva venduto in panetti confezionati in carta d’alluminio a tenuta stagna. Una volta aperta la confezione cominciava la guerra contro il processo di solidificazione. Panni bagnati, sacchetti di plastica, umidificatori artigianali. Sarà stata per la mia pigrizia e per la poca accuratezza, ma non riuscivo mai a conservare un panetto come si deve. Una parte si solidificava sempre prima di essere usata. O, altrimenti, risultava troppo bagnata e difficile da maneggiare. Il Das, infatti, se troppo umido, lasciava una sottile patina grigia sulle dita impiastricciate, che, proprio in virtù della sua sottigliezza, si asciugava rapidamente, incrostandosi. Una volta realizzata l’opera (vaso, ciotolina, sculturetta antropomorfa) si doveva aspettare l’asciugatura, che, a seconda della dimensione del pezzo, poteva avvenire in qualche ora o in qualche giorno. Generalmente la superficie, a contatto con l’aria, si screpolava. Buona regola era, quindi, passare pazientemente di tanto in tanto un velo d’acqua sulle crepe in modo da rendere nuovamente omogenea la superficie (mi ci vedete?). Le mie cose avevano sempre le crepe. Poi si coloravano con le tempere. Anche lì si sarebbe dovuti procedere un po’ alla volta, lasciando asciugare un colore prima di proseguire con un altro. Mai fatto. Le mie cose avevano sempre le gocce. Poi si passava al Vernidas, vernice trasparente con cui rendere brillanti e lucide le opere scultoree realizzate con tanta cura. Non credo di avere conservato nulla, da allora. Ero creativo, sì. Ma non sono mai stato paziente e metodico. Non potrei costruire violini, insomma.

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Telefoni pubblici. Durante il primo anno di Università, a Venezia (1981!), io e i miei colleghi, si andava a telefonare nei posti telefonici pubblici, alla Sip, insomma.  Non avevamo il telefono in casa, all’inizio, nella mia prima casa di Venezia: piccola, al piano terra, fredda, umida, senza riscaldamento. Beh, non aveva nemmeno il telefono. E dei cellulari, allora, nessuna traccia. Forse solo in Star Trek. Per telefonare a casa, quindi, non rimanevano che le cabine telefoniche (allora non c’erano le schede, però) o i posti telefonici pubblici. A Venezia ce n’erano due. Uno vicino al ponte di Rialto, l’altro a Piazzale Roma. In entrambi c’era sempre la fila. E bisognava aspettare il proprio turno segnalando l’intenzione di telefonare all’apposita addetta dietro allo sportello (o al bancone, a seconda). Erano cabine individuali con telefoni normali, a scatti, di quelli che per fare una seconda telefonata bisognava sporgersi dalla porta, attirare l’attenzione dell’apposita addetta e, con voce autorevole, chiedere di nuovo la linea. Andare a telefonare era così un evento da pianificare in anticipo. Oggi devo telefonare, si diceva. E si partiva per la missione, magari condensando altre incombenze da svolgere in zona. Sembra preistoria, oggi, che con il telefono c’è gente che ci dorme, ci mangia, ci nuota, ci scopa. Sembra uno di quei film di fantascienza in cui la civiltà umana si è disgregata dopo la guerra nucleare e la tecnologia è regredita a livelli preindustriali.

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Bombole a gas. La cucina della casa di Venezia non era collegata al gas di città, come si diceva, ma era alimentata da una bombola. A volte la bombola finiva, senza preavviso generalmente appena messa giù la pasta. Il cambio della bombola, data la natura intrinsecamente scomoda della città era, inutile dirlo, una maledizione. L’omino venditore delle bombole si trovava ad un quarto d’ora da casa. Tra noi e lui (noi sta per la strana coppia formata da me medesimo ed il mio amico Valerio) almeno una dozzina di ponti. La penitenza si svolgeva in sei inesorabili fasi:
1. andare dall’omino delle bombole a prendere il carrello-porta-bombole.
2. tornare a casa con il carrello-porta-bombole
3. portare la bombola vuota con il carrello-porta-bombole all’omino delle bombole
4. portare a casa la bombola piena con il carrello-porta bombole
5. riportare all’omino delle bombole il carello-porta-bombole
6. tornare a casa definitivamente.
Tempo totale dell’operazione: fate i conti voi, che a me fa ancora male ricordare. La pasta in cottura era in genere quella della cena, momento in cui l’omino delle bombole se ne stava presumibilmente in casa a farsi la cena con una scorta di bombole nella stanza da letto, che non si sa mai. Insomma, a quell’ora, il suo piccolo magazzino di bombole era chiuso. Non restava, quindi, che andarsi a mangiare una pizza, pianificando la road map per il cambio della bombola, qualcuno dei giorni successivi, a seconda degli impegni. La pasta, fino a quel momento, continuava a cuocere per capillarità.