
§1. La scena
La ricordate certamente, nel film Fantasia. C’è una stanza di pietra, in penombra, con una grande vasca al centro. Lo stregone Yen Sid lavora sui suoi incantesimi, e accanto a lui Topolino, vestito da apprendista, trascina secchi d’acqua. Deve riempire la vasca. Il lavoro è faticoso, ripetitivo, esattamente il genere di compito da cui un apprendista vorrebbe affrancarsi.
Lo stregone, stanco, si toglie il cappello a punta, lo posa, e si ritira a dormire. Topolino guarda il cappello. Lo prende. Lo indossa. E con quel gesto, in cui c’è tutto il fascino della scorciatoia, anima una scopa appoggiata al muro: le fa crescere due braccia, le mette in mano i secchi, e le ordina di portare l’acqua al posto suo.
La scopa esegue. Cammina rigida e instancabile fino alla fontana, riempie i secchi, torna, vuota nella vasca, riparte. Topolino, sollevato, si siede su una poltrona. Si addormenta. Sogna di comandare gli astri, le onde, le costellazioni: vede se stesso in piedi su una roccia, con il cappello dello stregone, mentre il cosmo intero risponde al suo gesto.
Si sveglia con i piedi nell’acqua. La vasca è straripata. La scopa continua a versare. Topolino le ordina di fermarsi. La scopa non si ferma. Le grida contro. Non si ferma. Allora afferra un’ascia e la spacca in pezzi. Per un attimo c’è silenzio, e i frammenti restano immobili sul pavimento bagnato.
Poi ogni scheggia si rialza. Diventa una nuova scopa. Ognuna prende i suoi secchi. Ognuna marcia verso la fontana. Sono decine, poi centinaia. L’acqua sale fino alle ginocchia, fino alla cintola. Topolino si arrampica su un libro che galleggia, cerca disperatamente nel grimorio la formula per fermarle, ma non la conosce: non ha mai studiato quella parte. Viene risucchiato in un vortice.
A quel punto torna lo stregone. Resta sulla soglia, alza le braccia, e con un solo gesto largo l’acqua si ritira, le scope ridiventano una scopa sola, il caos rientra. Yen Sid guarda Topolino. Non parla. Allunga la mano, e Topolino, fradicio, gli restituisce il cappello. Poi raccoglie i secchi e torna al lavoro.
§2. Quello che si ricorda male
Si tende a leggere la scena come parabola sull’hybris tecnologica: il potere troppo grande per chi lo maneggia. Ma riguardandola con attenzione, la scopa non sbaglia nulla. Esegue perfettamente. Porta acqua, come le è stato chiesto. Il disastro non è un malfunzionamento: è un funzionamento impeccabile in assenza del criterio che avrebbe dato senso al compito.
Topolino non è punito per aver usato male la magia. È punito per aver creduto che la magia fosse un dispositivo di esecuzione separabile dalla relazione con chi quella magia la custodisce. Ruba il cappello quando lo stregone si allontana, e in quel gesto compie la vera trasgressione: non tecnica, ma relazionale.
§3. Il cappello e la scopa
Nelle organizzazioni che adottano IA oggi vedo costantemente la stessa scena: si vuole la scopa, si scarta il cappello. Si vuole l’esecuzione automatica, si salta l’apprendistato. Si vuole il risultato, si espelle la relazione con i dati, con i processi reali, con le persone che quei processi li hanno costruiti negli anni.
Il problema non è che l’IA “amplifica gli errori”. Questa è una formulazione tecnica e rassicurante, perché lascia pensare che basti correggere gli errori a monte. Il problema è più radicale: l’IA amplifica perfettamente l’assenza di relazione. Se nel processo originario nessuno parlava con nessuno, se i dati erano sporchi perché nessuno se ne occupava davvero, se le decisioni venivano prese senza un criterio condiviso, l’automazione non rivela questi vuoti: li esegue. Con efficienza impeccabile.
§4. L’ascia che moltiplica
La reazione tipica, quando il disastro diventa visibile, è l’ascia di Topolino. Più controlli, più audit, più checklist, più “human in the loop” inserito a valle. Ogni colpo d’ascia genera una nuova scopa. Ogni framework di compliance applicato sopra un sistema pensato male produce nuove istanze dello stesso problema, con un’aggravante: ora abbiamo anche la procedura che certifica che il problema è sotto controllo.
Si interviene sul piano sbagliato. Si tratta il sintomo come se fosse la causa.
§5. Cosa fa lo stregone
Yen Sid, quando torna, non spacca le scope. Non aggiunge controlli. Ferma l’incantesimo. Cioè agisce sul livello da cui l’esecuzione era stata avviata. E prima ancora di riparare il danno, riapre la relazione: lo sguardo a Topolino, il cappello ripreso. Solo dopo l’acqua si ritira.
C’è una lezione che vorrei rendere esplicita qui, perché mi sembra il nodo politico del nostro tempo: l’IA non si governa a valle. Si governa al punto in cui qualcuno decide di delegarle un compito, e quella decisione è sempre, sempre, una decisione relazionale prima che tecnica. Chi sta delegando cosa, a chi, in vece di chi, con quale criterio di arresto, in nome di quale scopo condiviso.
§6. L’apprendistato che non c’è
La scena di Fantasia funziona come parabola perché presuppone uno stregone. Una figura che custodisce il sapere e che, prima o poi, lo trasmette. Topolino è apprendista, anche se cattivo apprendista: è dentro una relazione di trasmissione. Sbaglia, ma sbaglia dentro una struttura che lo riporta al lavoro alla fine, senza umiliarlo, restituendogli i secchi.
Nelle organizzazioni che incontro, quella figura quasi non esiste più. Non c’è lo stregone. C’è il vendor che vende la scopa. C’è il consulente che spiega come usare la scopa. C’è il framework di compliance che certifica la scopa. Manca chi tiene il cappello, e a che titolo lo tiene.
Forse il vero compito, prima di chiedersi come regolamentare l’IA, è chiedersi chi, dentro un’organizzazione, ha l’autorità di fermare l’incantesimo. E se quella figura non c’è, costruirla. Perché senza di lei, ogni colpo d’ascia produrrà nuove scope, e l’acqua continuerà a salire.
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