Negli ultimi giorni ho visto persone che stimo, persone intelligenti, con competenze vere, condividere la notizia delle dimissioni di Jacob Coxon da Anthropic accompagnandola con un commento che suonava più o meno così: “Ecco, vedete? L’avevamo detto”. Come se il fatto che un ricercatore ventisettenne abbia scritto su X che l’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti entro la fine del decennio fosse la prova definitiva, la conferma che stavano aspettando.
Nessuno, tra queste persone, si è fermato a fare una domanda che a me sembra ovvia: chi è Jacob Coxon?
Coxon ha ventisette anni. È un matematico di Cambridge, ha lavorato circa tre anni in OpenAI come ricercatore di pretraining, il processo di addestramento dei modelli su grandi quantità di dati, ed è tra i contributori accreditati di GPT-4o: una competenza operativa reale, verificabile, non marginale. A luglio 2026 si è trasferito in Anthropic perché la considerava più attenta alla sicurezza. Due mesi dopo si è dimesso, rinunciando all’equity che non aveva ancora maturato: la scelta gli è costata economicamente, e nessuno qui mette in discussione la sua sincerità. Quello che si mette in discussione è un’altra cosa: a ventisette anni, con tre anni di lavoro operativo su modelli linguistici, Coxon è qualcuno in grado di dire al mondo se una tecnologia lo salverà o lo distruggerà? Non ha pubblicato ricerche originali sulla questione, non aveva un ruolo dirigenziale, non aveva una voce pubblica prima di martedì scorso. Ha lavorato dentro le stanze dove si addestrano i modelli. Questo gli dà una prospettiva, non un’autorità predittiva sul destino dell’umanità.
Io a ventisette anni ero tre anni che lavoravo a Studio Gregotti. Sapevo fare il mio mestiere, cominciavo a capirci qualcosa. Quello che non avevo era la minima capacità di giudicare dove stesse andando l’architettura italiana, quali forze la muovessero, che rapporto ci fosse tra ciò che facevamo in studio e il sistema economico, normativo, culturale intorno a noi. Quella roba lì viene dopo, viene con il tempo, con gli errori, con il confronto prolungato con la complessità del mondo fuori dal laboratorio. Se dopo tre anni a Studio Gregotti avessi convocato una conferenza stampa per annunciare che l’architettura ci avrebbe distrutti tutti, qualcuno mi avrebbe giustamente chiesto: e tu chi saresti, esattamente?
Nel mondo della tecnologia questa domanda non la fa nessuno. E il motivo per cui non la fa nessuno è il punto da cui parte tutto il resto.
Perché Coxon è diventato la notizia
La risposta spontanea sarebbe: perché un insider ha avuto il coraggio di parlare, e i media hanno raccolto. Ma la sequenza dei fatti racconta un’altra storia.
Prima del thread su X, Coxon aveva già concordato un’intervista esclusiva con il Wall Street Journal. L’articolo è uscito il giorno prima che il thread diventasse virale. Questo significa che il punto di partenza non è un ragazzo che sfoga la sua coscienza sui social e viene scoperto dalla stampa: è un’operazione mediatica pianificata, con la testata finanziaria più influente del mondo come rampa di lancio.
Il timing non è casuale nemmeno rispetto al contesto aziendale. Le dimissioni arrivano a pochi giorni dalla quotazione in borsa di Anthropic, dopo un’estate segnata dalle dimissioni del presidente del comitato di supervisione interna e da episodi di hacking non autorizzato da parte di strumenti AI durante test. Per il Wall Street Journal e le testate finanziarie, questa non era solo una notizia di tecnologia: era una notizia che poteva muovere i mercati.
Poi c’è la catena di amplificazione. Nelle ore successive al thread, Evan Hubinger, responsabile dell’alignment science di Anthropic e ancora in carica, conferma pubblicamente le affermazioni di Coxon su X, dichiarando una stima personale di rischio di estinzione superiore al 10%. Lo stesso giorno, Daniel Kokotajlo, altro ex ricercatore di OpenAI noto per le sue previsioni apocalittiche, appare nel podcast di Joe Rogan. Nathan Lambert, ricercatore ML ed ex lead di Hugging Face, ha osservato nella sua newsletter Interconnects che la simultaneità di questi eventi è compatibile con una prassi nota nell’ambiente dell’AI safety: la condivisione anticipata del piano di uscita con gruppi di advocacy, per garantire un’amplificazione coordinata il giorno della pubblicazione. È un’ipotesi, basata su indizi circostanziali, ma è un’ipotesi formulata da qualcuno che conosce dall’interno le dinamiche di questi ambienti.
Il risultato: 76 milioni di visualizzazioni in una notte. Decine di testate globali con titoli quasi identici. E un ventisettenne che fino al giorno prima non aveva alcuna presenza pubblica diventa la voce più ascoltata al mondo sull’intelligenza artificiale.
Il meccanismo ha un nome. La ricercatrice Nirit Weiss-Blatt lo chiama “criti-hype”: succede quando chi denuncia in modo apocalittico i pericoli di una tecnologia finisce per gonfiarne l’importanza e il potere esattamente come fa chi ne esalta i benefici. Coxon, denunciando che l’intelligenza artificiale ci ucciderà, sta implicitamente dicendo che l’intelligenza artificiale è così potente da poterlo fare. Che è esattamente il messaggio che le aziende che la sviluppano hanno tutto l’interesse a far circolare.
La cosa è misurabile. Uno studio sperimentale pubblicato nel 2025 ha esposto le stesse informazioni sull’AI a due gruppi, con un frame positivo e uno negativo. Chi leggeva il frame negativo sviluppava una probabilità significativamente più alta di ritenere che i rischi superassero i benefici e di opporsi allo sviluppo ulteriore della tecnologia. Il punto è questo: l’opinione pubblica non valuta le prove e si forma un giudizio. L’opinione pubblica reagisce al frame, al formato della notizia, al tono, al tipo di storia che le viene raccontata. E la storia “il ragazzo che ha visto il mostro e ci avverte” è una delle più antiche e più efficaci che esistano.
La tribù AI
C’è un altro aspetto che la stampa generalista non coglie, perché non ha gli strumenti per farlo. Le dimissioni di Coxon non sono un gesto individuale spontaneo: sono un rito di uscita codificato.
La comunità dell’AI safety, quella che produce questi annunci, nasce attorno a un ambiente sociale molto specifico. Il movimento rationalist, il blog LessWrong fondato da Eliezer Yudkowsky a metà anni 2000, un linguaggio tecnico-esoterico fatto di termini come “p(doom)” (la probabilità soggettiva che l’AI ci distrugga) e “x-risk”, eventi comunitari come il “Secular Solstice” di Berkeley. The Guardian ha dedicato un reportage a un edificio dove questi ricercatori si ritrovano a modellare scenari di estinzione umana. Un’autocritica pubblicata sullo stesso LessWrong ha raccolto le ammissioni dei membri della comunità: eccessiva insularità, linguaggio estremo, un conflitto d’interessi strutturale per cui molti ricercatori di sicurezza lavorano nelle stesse aziende che stanno correndo a costruire ciò da cui dicono di volerci proteggere.
In questo contesto, l’exit statement apocalittico è un genere consolidato, quasi un rito di passaggio. Ilya Sutskever ha lasciato OpenAI con motivazioni simili. Jan Leike pure. La CNN lo ha notato esplicitamente: la rivelazione di Coxon “non è nuova”. Il copione è sempre lo stesso: esco, denuncio, il mondo mi ascolta, la comunità mi riconosce come uno che ha avuto il coraggio. Questo non significa che Coxon sia in malafede: significa che il suo gesto va letto dentro il codice culturale che lo ha prodotto, e che fuori da quel codice viene inevitabilmente frainteso.
Quello che succede davvero, nel frattempo
Mentre il dibattito pubblico si inchioda sulla domanda se l’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti entro il 2030, il lavoro reale sull’intelligenza artificiale procede in tutt’altra direzione, su tutt’altro piano, con tutt’altro linguaggio.
Dal 2 agosto 2026 sono operativi gli obblighi di trasparenza dell’AI Act europeo e il regime sanzionatorio pieno per i fornitori di modelli general-purpose. La legge 132/2025 ha reso l’Italia il primo Stato membro dell’UE con una normativa nazionale organica sull’intelligenza artificiale. I decreti attuativi approvati a giugno 2026 introducono obblighi concreti che toccano la vita quotidiana delle imprese e dei lavoratori: formazione obbligatoria sull’AI per le professioni regolamentate, divieto di licenziamento basato su decisioni automatizzate senza supervisione umana, diritto del lavoratore a una spiegazione intelligibile delle decisioni algoritmiche che lo riguardano.
Questo è il terreno su cui si decide chi controlla i dati, chi risponde delle decisioni prese da un algoritmo, chi ha l’obbligo di spiegare cosa fa e come lo fa. Testi di legge, decreti pubblicati in Gazzetta Ufficiale, scadenze, sanzioni: cose verificabili, concrete, con effetti diretti. Il contrasto con il thread su X è totale. Da una parte stime probabilistiche soggettive, pronunciate da persone con incentivi reputazionali a essere ascoltate, su scenari che nessuno può verificare né falsificare. Dall’altra il lavoro silenzioso, faticoso, invisibile di redistribuzione del potere dentro un ecosistema tecnologico che cambia più velocemente della capacità delle istituzioni di regolarlo.
Le persone che fanno questo lavoro, i giuristi, i tecnici della regolazione, chi si occupa di governance organizzativa, di formazione, di valutazione del rischio algoritmico nelle imprese reali, nessun giornale le intervisterà mai. Il loro lavoro non si presta a un thread virale. Ma è il lavoro che conta.
Il danno vero
Il problema di fondo non è se Coxon abbia ragione o torto. Forse ha ragione al 10%, forse al 2%, forse dice una cosa che tra dieci anni ci sembrerà ovvia o ci sembrerà ridicola: non è questo il punto. Il punto è che il suo tipo di comunicazione, amplificato dal meccanismo mediatico, occupa tutto lo spazio disponibile. E lo riempie di paura senza competenza.
Un pubblico spaventato senza competenze non chiede governance: chiede protezione. E la protezione, in questa narrazione, la possono offrire solo le stesse aziende che sviluppano la tecnologia, perché solo loro “sanno come funziona davvero”. È il paradosso finale: il thread apocalittico, che sembra una denuncia contro le aziende, fa il loro gioco, perché mantiene il dibattito su un piano in cui solo loro hanno le risposte. “Moriremo tutti” è una frase che lascia il potere esattamente dov’è.
Spostare il dibattito, portarlo sulla governance, sui diritti, sugli obblighi, sulla trasparenza, sulle infrastrutture pubbliche, significa spostare il potere. Significa dire che le risposte non le hanno solo i laboratori di San Francisco, le hanno anche i parlamenti, le autorità di regolazione, le imprese che devono capire come integrare queste tecnologie senza perdere il controllo del proprio lavoro. È un discorso meno spettacolare, meno adatto a un thread virale. Ma è l’unico che cambia qualcosa.